Gilgamesh, genesi di un progetto teatrale. Intervista a Simone Giustinelli

 

  • La tua partecipazione a Torno Subito nasce da un fallimento di uno spettacolo in cui avevi fortemente creduto, cosa non è andato in quell’occasione?
The Waste Land è stato uno spettacolo che ho diretto, tratto dall’omonimo poema di T.S. Eliot. Il progetto era nato con i migliori presupposti da un gruppo di giovanissimi artisti molto talentuosi. C’era grande entusiasmo attorno alla produzione nelle sue fasi iniziali, ma la chiusura improvvisa del Teatro dell’Orologio, che doveva ospitare il debutto dello spettacolo, aveva reso tutto più complicato. Lo spettacolo debuttò infine al Teatro India, nel più importante Festival italiano dedicato alla creatività U25 in Italia. E lì, per diverse ragioni, l’accoglienza fu diversa da quello che mi aspettavo. C’era tanta perplessità, tanto scetticismo. C’è da dire che The Waste Land era lo spettacolo con il quale avevo deciso di rivoluzionare e riformulare la grammatica del mio teatro, di creare delle forme nuove e inaspettate, perfino per me. Penso che questo possa essere stato destabilizzante agli occhi del pubblico italiano. Lo stesso tipo di linguaggio, quando ho avuto modo di sottoporlo a una platea più eterogena e multiculturale come quella londinese, è stato accolto con grande entusiasmo. E l’entusiasmo, del pubblico, dei collaboratori, è quello che dà la spinta determinante a un artista per andare avanti. Ma è un’esperienza che non rinnego assolutamente, mi ha spinto a cercare dei percorsi alternativi. È stato un fallimento eccellente, una delle tappe più importanti del mio percorso finora. “Perdere è un dovere civico”, per dirla con Bufalino.
  • Frequentando il master proposto dalla Middlesex University di Londra hai riscontrato delle difficoltà iniziali dovute alla diversa metodologia di insegnamento, ma non ti sei fermato ai primi ostacoli, anzi…
L’impatto con quell’ambiente universitario, in particolar modo nelle primissime settimane, non è stato dei migliori. Devo fare una premessa: nell’estate del 2017 avevo vinto il bando di Torno Subito, ero stato accettato dalla Middlesex University, ma per confermare il mio posto avevo bisogno della temuta certificazione IELTS, che riuscii ad ottenere in extremis. Tuttavia il mio inglese, figlio di un percorso scolastico un po’ accidentato e di una centrifuga di Babbel e Netflix, mi creava ancora qualche problema.
Al contempo dovevo fare i conti con una metodologia di insegnamento pensata in maniera totalmente diversa rispetto al sistema italiano. La teoria, lì da loro, è subordinata alla pratica, il che rende quell’ambiente più simile a un’accademia dei mestieri dello spettacolo, più che a un’università per come la pensiamo noi in Italia. Ma mi sono detto: “ho un’opportunità unica, che probabilmente non capiterà mai più, devo inventare qualcosa per rendere questa esperienza indimenticabile.”
Ho pensato a qualcosa che all’interno del dipartimento mancasse e fosse al contempo coerente con le mie esigenze. È così che ho pensato su un progetto che mettesse al centro del lavoro gli studenti di Theatre Arts della triennale e del corso di Master. Un percorso professionalizzante condotto dagli stessi studenti, un po’ come succede a Roma con l’esperienza di Dominio Pubblico. L’Università si è mostrata entusiasta fin dall’inizio, e mi ha permesso di sviluppare Gilgamesh, questo il nome del lavoro, attraverso un progetto articolato che Lucia Medri ha raccontato nel dettaglio sulle pagine della webzine Teatro e Critica.
  • Sei riuscito ad attirare l’attenzione di un’istituzione quale la Middlesex University e creare un ponte artistico e culturale fra loro e il nostro paese. Cosa pensi dovremmo apprendere da quella metodologia e cosa della nostra tradizione teatrale è esportabile oltremanica?
È una questione complessa, perché facciamo riferimento a due sistemi economici, scolastici e in generale di pensiero diversi. Da una parte c’è il nostro patrimonio culturale, storico, artistico, un’esperienza quasi quotidiana con la bellezza, un’abitudine all’armonia; dall’altra c’è una città (ndr Londra) che è il simbolo del presente, con i suoi mille colori, le sue mille culture e le persone che vengono da ogni angolo del pianeta. Per le tante contraddizioni non saprei indicare un singolo elemento “esportabile”. La mia testimonianza è fondata sul concetto che due sistemi per poter imparare qualcosa l’uno dall’altro, devono mettersi in comunicazione, aprirsi al confronto e lasciare che le idee circolino in maniera virtuosa. Quando questo accade, siamo di fronte al cosiddetto win-win game, ovvero a una situazione in cui entrambe le parti escono vincenti dal confronto.
È la traiettoria che sto assumendo nei progetti che sto portando avanti, abbiamo la fortuna di essere parte di un sistema grande e complesso come l’Unione Europea, che sta incentivando lo scambio di pratiche e saperi nello spettacolo dal vivo. È un’opportunità da cogliere, anche in risposta a certe barbare derive politiche che fanno dell’Altro un soggetto di cui diffidare, da cui stare in guardia. La sfida politica, culturale e sociale di questi giorni e di quelli che verranno è e sarà tutta centrata sulla relazione con ciò che è altro da noi, sulla conoscenza, l’accettazione, l’inclusione dell’alterità. Il teatro in questo deve farsi avanguardia di pensiero deve approfittare di questa compresenza di esseri umani, che è la condizione principale perché esso accada. Si chiama spettacolo dal vivo dopotutto, avviene quando una persona inizia a raccontare una storia a un’altra.
L’immagine che ho in testa è quella di Servo di scena di Ronald Harwood, con questa compagnia di attori che a Londra, nel 1942, continua a raccontare Shakespeare, e gli applausi del pubblico che soffocano il rumore dei bombardamenti nazisti.
  • La collaborazione si è concretizzata con la realizzazione di un evento di assoluto rilievo nella cornice del Festival Dominio Pubblico di cui il tuo ente della fase 2 fa parte, ci racconti com’è andata?
Durante l’ultima edizione del Festival Dominio Pubblico, ha debuttato Gilgamesh, il progetto nato all’interno della Middlesex University, e prodotto dall’università stessa. L’Università è riuscita a ottenere un finanziamento per far spostare l’intera compagnia da Londra a Roma per una settimana. Il gruppo di Gilgamesh era composto da 15 persone, provenienti da 10 paesi diversi. È stata un’esperienza incredibile, una vera iniezione di energia per il festival. Le due esperienze, come anticipavo prima, si assomigliano molto. Dominio Pubblico è un laboratorio per le nuove generazioni che grazie a un vero e proprio format originale permette a un gruppo di ragazzi sotto i venticinque anni di intraprendere un percorso di visione nel mondo dello spettacolo dal vivo. I partecipanti diventano poi la direzione artistica di un festival multidisciplinare dedicato ad artisti U30 curandone ogni aspetto organizzativo, logistico, amministrativo, promozionale. A Londra abbiamo fatto qualcosa di simile, con un focus però sui mestieri creativi dello spettacolo dal vivo. La collaborazione, tra l’altro, è andata così bene che la Middlesex University, Dominio Pubblico e il Teatro di Roma hanno deciso di lavorare insieme, andando a sviluppare il settore di internazionalizzazione del festival. Già quest’anno, in occasione della 6° edizione del festival che si terrà al Teatro India dal 10 al 16 giugno, la Middlesex presenterà un nuovo lavoro: l’Odissea di Omero, tradotta per la prima volta in lingua inglese da una donna, Emily Wilson. È un progetto che coordinerò artisticamente, diretto da quattro registi e che coinvolgerà una squadra di più di 20 persone.
  • Gilgamesh è appunto la prima opera letteraria che la storia dell’uomo ricordi, quasi come se per te questo lavoro volesse significare una sorta di anno zero, un ripartire dalle origini, è così?
Gilgamesh è anzitutto il più antico racconto della storia dell’umanità. La prima volta che l’essere umano ha scritto di sé in prima persona. Era una cosa che mi aveva colpito tanti anni fa, quando l’avevo trovato – quasi per sbaglio – su uno scaffale in libreria. Era qualche anno che ragionavo su una possibile messa in scena di quel poema e a Londra l’occasione si è presentata in maniera spontanea. Pensando a un progetto da far nascere in quel contesto, infatti, non riuscivo a svincolarmi dal considerare quella città come una moderna Babilonia, un crocevia inesauribile di esseri umani e dei loro portati culturali, familiari, linguistici. Le due idee, Londra-Babilonia e Gilgamesh, hanno finito col sovrapporsi. È un processo mentale che non ho controllato in maniera del tutto razionale. Questo è quello che è successo. Dopodiché ci sono delle motivazioni più profonde, più politiche, su un’esigenza di raccontare il mito, di usare il materiale del mito come sorgente. Gli archetipi, che ne sono la base, facilitano la riconoscibilità da parte dello spettatore, e parlando a tutti, in maniera diversa, agiscono sui legami tra i membri della comunità. Per cui sì, Gilgamesh è stato un anno zero, ma soprattutto per me, come artista e come operatore culturale. È la materia nella quale mi sono tuffato per riemergere arricchito di un’esperienza unica. Una curiosità sono le analogie della mia storia con la struttura di Hamlet. Alla fine del terzo atto, il principe di Danimarca – creduto pazzo – viene spedito in Inghilterra. Quando torna in Danimarca, scampato al tradimento di Rosencrantz e Guildenstern, Amleto è un uomo finalmente libero dagli spettri che lo perseguitavano prima di partire. Soltanto che nella tragedia di Shakespeare, dopo appena qualche scena, c’è una carneficina e i superstiti si contano a malapena. Nel mio caso nascono tante belle opportunità.
  • Una delle tue principali doti è la perseveranza, qualità imprescindibile in un settore, quello teatrale, spesso messo da parte dalla nostra amministrazione pubblica. Quale pensi possa essere la chiave per la rinascita di questo settore?
Questa è una domanda grande e io ho solo risposte piccole, purtroppo. Non saprei articolare una proposta in maniera strutturata. Penso che però ci siano delle parole-chiave, che mi sento in grado di suggerire come artista, che possano mettere in moto dei percorsi virtuosi. La più importante di tutte, in questo momento della mia vita, è coraggio. Credo che gli artisti debbano prendersi la responsabilità di essere coraggiosi. Di investire sulla loro idea di bellezza, di poesia, di rivoluzione. L’esplosione mediale dell’ultimo decennio ha appiattito i linguaggi, anziché moltiplicarli. Ha abbassato la soglia d’attenzione media, e trascinato l’evento teatrale da evento da vivere a prodotto da consumare. Serve coraggio per non assecondare tutto questo. Coraggio di non essere alla moda.
E di conseguenza un’attenzione verso il pubblico, che non deve essere mai prona, asservita bensì vigile e acuta. Rispondere alle esigenze del pubblico non può soltanto significare, nella più banale delle semplificazioni, metterlo di fronte a qualcosa di piacevole, di confortevole, di rassicurante. Significa avere il coraggio, ancora una volta, di investire su questa relazione, la relazione tra l’artista e lo spettatore. Significa rilanciare su questa relazione, fare il possibile per renderla viva, dialettica, all’altezza dei nostri sforzi e delle nostre aspettative. Portare in teatro la filosofia, la scienza, l’etica, la poesia. Approfittare di questa occasione unica, lo spettacolo, di persone che si incontrano nello stesso posto, alla stessa ora, per immaginare una forma nuova di timpano politico, quale il teatro è stato e continua a essere. E poi, a fine spettacolo, tornare insieme, gli artisti e il pubblico.
Per dirla con le parole della Szymborska: per me l’atto più importante della tragedia è il sesto: / il risorgere dalle battaglie della scena, / l’aggiustare le parrucche, le vesti, / l’estrarre il coltello dal petto, / il togliersi il cappio dal collo, / l’allinearsi tra i vivi / con la faccia al pubblico.