Il mondo perde i suoi bambini. Il progetto di Eleonora Pochi sui disturbi causati da guerre e conflitti in Medio Oriente

«Ferite invisibili, l’impatto dei sei anni di guerra sulla salute dei bambini: l’ultimo rapporto di Save the Children è impietoso – lo leggiamo nelle parole di Eleonora Pochi su “Il manifesto” – attraverso 458 interviste a minori, genitori e operatori sociali, l’ong racconta una devastazione: la scomparsa dell’infanzia in Siria. Il 78% dei bambini dice di provare regolarmente dolore e tristezza e evidenzia gli effetti dello stress post traumatico, uno su quattro (2 milioni e mezzo) ha sviluppato disturbi seri: incubi, insonnia, pensieri suicidi, rabbia, depressione. Gli adulti denunciano, invece, l’incapacità di intervenire: metà degli intervistati dice di aver visto adolescenti usare droghe, il 59% di conoscere minori arruolati da gruppi armati» (Cit.)

Eleonora è una vincitrice di Torno Subito 2016 e in questo momento si trova ad Amman in Giordania e sta portando avanti un lavoro di ricerca che ha come focus il Post Traumatic Stress Disorder (PSTD) sui bambini che da anni vivono solo di guerra, fuga e stress tossico. Noi l’abbiamo intervistata.

Come nasce l’idea di questo progetto?

Per rafforzare le mie competenze nel campo della ricerca, valutazione e progettazione di servizi sociali, in particolare in riguardo al il mio percorso in cooperazione Internazionale e di lavoro con migranti e minori con traumi psicologici. Inoltre, questo progetto si inserisce in un contesto più ampio, poiché già da tempo sto seguendo a titolo di volontaria la questione del benessere psicosociale dei minori nei territori palestinesi, e rappresenta sia una solida base scientifica e conoscitiva per le future progettazioni di interventi in favore di minori e in Medio Oriente, sia quel rafforzamento professionale che mi occorre per poter lavorare al meglio in questo settore.

Perché per la tua fase fuori dal Lazio hai scelto un’area così problematica del Medio Oriente, territorio di conflitto da anni che oggi ai traumi della guerra unisce anche il trauma migratorio?

E’ un progetto che scaturisce da esperienze dirette vissute in Palestina e da un crescente interesse e curiosità verso la figura dell’assistente sociale in contesti “difficili”: i minori – siriani e palestinesi – che vivono nelle aree coinvolte in questo progetto si trovano ad affrontare quotidianamente – o hanno sperimentato – la violenza in tutte le sue forme: a causa di attacchi militari, attraverso la violazione dei diritti e spesso anche all’interno del nucleo familiare, quindi uno studio sul campo mi sta permettendo di capire ancora più da vicino il fenomeno. La crescente ondata di disturbi mentali innescata in particolare con i bombardamenti nella Striscia di Gaza e con l’attuale guerra in Siria, richiede un maggiore sforzo da parte dei pianificatori sociali nell’adottare un approccio più attento alle esigenze della salute e del benessere di queste comunità.

Cosa ti ha spinto a decidere di occuparti di traumi causati da conflitti?

La superficialità con la quale buona parte del settore umanitario gestisce gli interventi di supporto e recupero. Sembra che quasi conti più progettare interventi per ricevere finanziamenti anziché mirare alla concreta efficacia degli stessi. Oggi i rifugiati sono numeri, in particolare i bambini sono strumentalizzati allo stremo. Non si bada molto al loro vissuto.

Avere una passione per il sociale e perseguirla è già un impegno molto grande, farlo poi in contesti “difficili” sottende grande volontà e forza di spirito. Si tratta di una sfida personale oltre che professionale?

Certamente…non provengo da una famiglia ricca e da ragazzina passavo le mie giornate in un quartiere di periferia romano. Lì i servizi sociali non arrivavano quasi mai. La sfida quindi è anche personale, arrivare dove i servizi esistenti non vogliono arrivare perché è lì che serve maggiore supporto.

Quanto alla migrazione, mio nonno sperimentò sulla sua pelle il trauma migratorio. Inseguì il sogno dell’America, infranto da un respingimento forzato una volta arrivato ad Ellis Island – la Lampedusa americana di ieri -. Quell’isola era stata ribattezzata dagli italiani dell’epoca “L’isola delle lacrime”.  Non accetto che un popolo che fino a ieri era un popolo semplice e con una lunghissima storia migratoria alle spalle, si riduca a costruire barricate anti-migranti. Infine, sono specializzata sui minori perché sono loro che hanno il mondo in mano e rappresentano il futuro, anche se vengono largamente ignorati.

Che puoi dirci delle difficoltà di operare in un territorio come quello in cui ti trovi?(in termini di bisogni della collettività, di relazioni con gli enti e le ong presenti sul territorio e soprattutto in termini di carenza di legislazione ad hoc sulla salute mentale).

E’ un contesto estremamente complesso. In Giordania la maggioranza dei profughi siriani vive in campi informali e nelle comunità locali. Sono molti quelli che sfuggono ai grandi fornitori di assistenza di base. Purtroppo ci sono campi in cui la mancanza di beni di sussistenza primaria non permette di pensare alla salute mentale…E’ una crisi  umanitaria abbastanza recente, la Giordania sta cercando di attrezzarsi con gli strumenti che ha, ma manca la formazione specialistica. Durante alcune visite di campo mi sono ritrovata a fare formazione agli educatori, che avevano un background accademico spesso lontano dalla formazione sociale. In particolare il primo soccorso psicologico è un intervento molto delicato, che se fatto in maniera arrangiata può provocare l’aggravamento del trauma. Per quanto riguarda invece la Palestina, l’occupazione militare in Cisgiordania e i perenni bombardamenti nella Striscia di Gaza non permettono neanche di parlare di “Stress POST traumatico” perché non c’è un “post”, la discriminazione è intenzionale e subita da tre generazioni. Quanto ai bombardamenti a Gaza, basti pensare che un bambino di otto anni ha già  vissuto tre guerre. Inoltre, i genitori sono altrettanto traumatizzati quindi lo stress incide pesantemente anche nel nucleo familiare. Non si può pensare di lavorare su traumi dei minori senza considerare ciò che trovano quando tornano a “casa”, ricordiamoci che la guerra intacca l’esistenza dei sopravvissuti.

Avevi un sogno da realizzare con Torno Subito? 

Volevo un’esperienza sul campo concreta, che progetti  tu stessa, su misura per te. Per rafforzare le tue personali competenze. Profondamente diverso dal fare un internship “prestabilita”. Questa è la differenza che fortifica realmente noi giovani. Ci permette di distinguerci e di diventare davvero efficienti ognuno nel suo campo specifico.  Altrimenti quello che c’è sulla piazza sono formazioni per “codici a barre” e un mercato del lavoro che ci acquista con un buono.  Senza aver vinto questo bando non avrei mai potuto realizzare questa esperienza, in primis per ragioni economiche.

Quali sono state fino ad oggi le sensazioni, le emozioni ma anche e soprattutto i timori e le paure del tuo viaggio di andata e della tua permanenza in Medio Oriente?

Ovviamente è più difficile di una classica internship. Non ti imbocca niente nessuno, devi far tutto da solo. I partner supportano la ricerca chiaramente ma hai molta autonomia e questo è un bene. E’ letteralmente un “training on the job”. Nel complesso è stata abbastanza dura all’inizio, come lo è del resto per ogni donna che emigra da sola e che non parla la lingua locale. Ma qui la gente è ospitale e calorosa, non è difficile ambientarsi, per lo meno per noi italiani. La parte più dura è stata il respingimento al confine con la Palestina.  L’oggetto della ricerca e il mio background sul campo  non sono andati molto a genio alle autorità israeliane. Sto continuando comunque l’attività di ricerca dalla Giordania, in stretto contatto con i professionisti che sono al di là del confine, a pochi chilometri da me. Ad ogni modo nel complesso, come dicono da queste parti, “qullo tamam!” ossia “tutto bene!”.

Foto centro minori e famiglie di Ramtha

Disegno Ramtha

Foto campo profughi palestinesi in Giordania

 

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Eleonora Pochi, “Lo stress tossico ha ucciso l’infanzia dei bambini siriani”, Il Manifesto, edizione 08/03/2017.