Informazione ed incontro per rompere il muro del pregiudizio. Intervista a Francesca Fornari

 

Incontriamo Francesca Fornari autrice del progetto Breaking prejudices.

La sua esperienza pregressa come cooperatrice internazionale e quella ottenuta nell’ambito di Torno Subito nel territorio serbo rappresentano un’importante testimonianza e una valida guida per tutti coloro che desiderano intraprende il suo stesso percorso.

 

  • Francesca, il problema dell’immigrazione è dovuto in larga parte a un disagio preesistente, soprattutto all’interno della comunità locale serba. In concreto come avete cercato di unire il mondo dei migranti/rifugiati e quello dei residenti?

La sfida più grande per chi si occupa di integrazione in un contesto come quello serbo, segnato da una forte emigrazione ma solo di recente interessato dall’arrivo dei richiedenti asilo, è sicuramente quella di fornire alle comunità locali gli strumenti per poter comprendere il fenomeno nella maniera più indipendente possibile. Creare occasioni di informazione, ma anche di incontro, tra la popolazione locale e i nuovi arrivati è senza dubbio cruciale.

Con l’associazione Volonterski Centar Vojvodine  (Volunteers’ Center of Vojvodina) ci siamo concentrati proprio su queste due necessità: quella di informazione attraverso eventi ad hoc, dibattiti, proiezioni di docufilm e un ciclo di incontri tra gli attivisti, spesso stranieri e la popolazione locale; quella di incontro tramite attività che permettessero ai due gruppi di stare insieme e conoscersi: mostre di fotografia e disegni, laboratori di cucina e attività di volontariato a livello locale.

 

  • Un episodio che porterai sempre con te?

Una delle attività più interessanti che abbiamo proposto durante il mio tirocinio è stata quella di creare un laboratorio di cucina con un mio collega portoghese nel quale alcuni ragazzi afghani avrebbero insegnato a cucinare alcuni piatti tipici del loro Paese agli abitanti di Novi Sad.

Sono rimasta piacevolmente sorpresa nel vedere tra i partecipanti iscritti un’adolescente di appena 15 anni accompagnata dai suoi genitori. La ragazza non si sarebbe persa per niente al mondo questo evento, e i suoi genitori, preoccupati per la partecipazione della figlia ad un’attività in un ambiente pieno di persone più grandi di lei, hanno deciso di accompagnarla, mostrando un’apertura mentale non indifferente visto il contesto. Alla fine del laboratorio, la ragazza, i suoi genitori e un giovane afghano pranzavano insieme, scambiandosi storie e gli account dei social network per restare in contatto in futuro.

 

  • Torno Subito mira ad allargare gli orizzonti formativi e professionali, hai avuto modo di incontrare due realtà distinte ma unite dalla problematica dell’integrazione, come giudichi lo stato dell’accoglienza nel territorio del frusinate dove hai svolto la tua fase 2?   

Direi che sono rimasta piacevolmente sorpresa dal numero di servizi di associazioni, collettivi e singoli che si adoperano per l’integrazione e l’inclusione sociale dei nuovi arrivati e forniscono in un territorio che presenta molte sfide, una fra tutte la presenza di molti piccoli paesi mal collegati tra loro e con i comuni più grandi. Realtà come Rise Hub hanno un ruolo fondamentale nell’affiancare non solo persone provenienti da altri Paesi e background, spesso con un vissuto doloroso alle spalle e la necessità di costruirsi un presente ed un futuro dignitoso nel nuovo ambiente, ma anche le comunità locali nel loro bisogno di comprendere, avvicinarsi e farsi solidali.

 

  • Un consiglio che daresti a una persona che guarda a “Torno Subito” per presentare un progetto simile al tuo.

Consiglio vivamente alle mie colleghe e colleghi di fare un percorso simile, tenendo a mente la necessità di informarsi molto bene sul contesto nel quale si andrà ad operare, documentandosi prima della partenza ma anche confrontandosi con operatori locali. È molto importante rispettare le regole del posto dove si va quando operiamo su temi delicati e persone spesso vulnerabili. Per me è stato molto formativo fare rete con altre associazioni, spesso internazionali, che operavano in Serbia in quel periodo. Conoscere le modalità attraverso cui professionisti e volontari di tutto il mondo rispondono a bisogni complessi in maniera creativa, cercando di mettere sempre al primo posto la dignità delle persone che ricevono, è stato molto interessante e formativo.